mercoledì 29 giugno 2022

UNA STORIA DEL FLAMENCO di José Manuel Gamboa

La vita e la storia di una arte antica, che unisce il canto, la danza, la musica, autentico segno di una identità profonda, espressione pura dell'anima popolare.

Questo libro contiene una rassegna completa dei più celebri interpreti dell'arte flamenca. Una opera imponente soprattutto per il fatto che dice tutto quello che si può dire su questa meravigliosa arte gitana. Essa, infatti, non rappresenta solamente una accurata storiografia sul flamenco, ma un prezioso lavoro che spazia dalle digressioni musicali, al ballo, ai palos, fino alle notizie di carattere informativo. 

L'autore, José Manuel Gamboa, chitarrista e divulgatore, uno dei più autorevoli studiosi del flamenco, ha ricevuto per questo libro  numerosi premi.

Connessioni: «E dunque il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare. Io ho sentito dire da un vecchio maestro chitarrista: “Il duende non sta nella gola; il duende sale da dentro, dalla pianta dei piedi”. Cioè non è questione di capacità ma di vero stile vivente; cioè, di sangue; cioè, di cultura antichissima, di creazione in atto ». (Federico Garcìa Lorca).


domenica 12 giugno 2022

LA SAGA DEI CAZALET (Confusione) di E. J. Howard (Volume III)

 E' il 1942. Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale: i membri della famiglia Cazalet vengono travolti da una serie di eventi, piacevoli o drammatici, provocati dalla guerra e dalla loro vita privata. Rientrano in scena i personaggi che ora ci sono famigliari e allo stesso tempo ne vengono introdotti di nuovi, dando sempre respiri più ampi all’intreccio narrativo.

Vera protagonista in Confusione è la generazione dei figli dei tre fratelli Cazalet. Le figlie, in realtà, che stanno crescendo e che si ritrovano ad affrontare per la prima volta problemi da adulti: Quella che le aspetta è una vita nuova, più moderna e con libertà inedite, soprattutto per le donne. 

Connessioni: https://www.youtube.com/watch?v=PpJYc93QaS4



lunedì 6 giugno 2022

Le storie III

Dalla finestra della cucina sentivo un canto lontano. Cercando di distinguerne le parole, provai un senso di smarrimento. Giunse, infatti, il ricordo di una finestra della mia infanzia, la cui visione parziale all'esterno - era chiusa da fitte grate di ferro - mi permetteva di immaginare contenuti di luce nelle parti d'ombra; roteando, poi, la testa così da poter posare lo sguardo sulla realtà di differenti spazi, cercavo di inglobare con gli occhi tutta la visione del giardino circostante. 

La storia della mia prima infanzia è il racconto di una bambina a Via Giulia. 

La voce di mia nonna si perdeva in un lieve mormorio, quando ero fuori, in cortile, nel palazzo di cui mio nonno era custode, alla fine degli anni Settanta.

La udivo lontano mentre era in cucina e io, fuori, assorta in una attenta esplorazione attraverso la quale scrutavo i segreti degli abitanti di quello che - per me bambina - rappresentava un regno governato da un marchese e abitato dai suoi sudditi.

Tutto questo ha a che fare con le storie narrate da mia madre, che si intrecciavano con la geografia di quei paesaggi reali che incrociavo quotidianamente e la storia di quegli appartamenti ai quali era permesso accedere solo a mio nonno.

Si dice di un narrare intorno al fuoco, che dà colore e luce alle parole. Il verbo narrare mi rimanda alla mente l'immagine di un gomitolo, di una matassa di filo che si dipana, morbido, lungo un percorso che siamo noi a creare.

Mia madre era una autentica artigiana. Una sarta per donne che cuciva con esperta maestria; un'arte partorita da una certosina abilità acquisita da bambina. Come maneggiava le stoffe, che tra le sue dita prendevano calore e nuova forma, così era una fantasiosa cantastorie. Tale sua innata caratteristica fu acquisita per imitazione ed emulazione del mondo magico evocato dalla madre, mia nonna. 

In totale controtendenza rispetto alla cultura odierna, questo aspetto delicato, poetico dello stare al mondo di mia nonna e di mia madre, tramandato attraverso le loro storie, rappresenta l'accogliente fragranza di una memoria matrilineare che  godo nella dimensione tra sogno e realtà. 

Questa


per me è la scrittura. 

giovedì 19 maggio 2022

LA SAGA DEI CAZALET (Il tempo dell'attesa) di E. J. Howard (Volume II)

Gli anni della leggerezza finisce nel 1938 con il discorso di Chamberlain dopo la Conferenza di Monaco e la "pace con onore". 

Il tempo dell'attesa inizia a distanza di un anno da quei fatti, dopo l'invasione tedesca della Polonia, quando la guerra è imminente e chiaramente inevitabile. L'ombra della guerra è sopraggiunta ad oscurare le vite dei Cazalet. 

Il volume termina con l'annuncio che Rupert è ancora vivo e con l'attacco giapponese a Pearl Harbour. 

La saga dei Cazalet, che prende spunto dalla storia familiare della scrittrice, tratta le sorti di una famiglia alto-borghese, che ci proietta in atmosfere di tempi nei quali tutto la vita accade secondo rituali e codici che il tempo ha reso immutabili.

I romanzi di E. J. Howard sono pan


oramici, vasti, intriganti; sono il prodotto dell'esperienza di una vita e nascono da una scrittrice che aveva ben chiaro il proprio obiettivo e le capacità tecniche per raggiungerlo. 

Connessioni: Colazione in giardino, opera del pittore Giuseppe De Nittis. Il senso del dipinto è la celebrazione dell’intimità domestica, della vita familiare piena di armonia e di affetto. Una vita immersa nel verde, lontano dai rumori e dalla fretta del centro città.

domenica 24 aprile 2022

Le collane Yoruba

Ho ricevuto in dono delle collane realizzate con perline colorate.

Vengono dall'isola di Cuba.

Sono delicate e di una fine consistenza; lunghe fin oltre l'altezza del petto, sono talmente fragili che riservo loro, nel contatto, una appropriata delicatezza.

Ne deduco che non sono solo un accessorio di adorno, bensì emendatrici di una dimensione esoterica e misteriosa, in quanto la brillantezza inalterata delle perline di vetro colorato genera di per sé una vibrazione che è quella del colore stesso. Inoltre, scopro che ogni colore appartiene ad un Orisha reggente, che va dalla nascita del tutto, alla sua azione determinante nella materia, che ha accompagnato via via una intera etnia, attraverso l'entità del proprio colore, in tutta la sua realizzazione spirituale. 

Tali collane sono portatrici di attributi, di sfumature di pensieri, attitudini e qualità. 

Quando l'ho ricevute in dono, mi è stato spiegato che la motivazione del loro diametro è tale da permettere che possano essere indossate attraverso la testa, in senso altamente simbolico; che, in questo caso, ha il significato di ingresso alla dimensione che rappresentano, cioè quella dell'Orisha tutelare e patrono di una determinata attitudine. Dalla prima volta che vengono indossate - come nel battesimo -  si suggella una relazione con le dimensioni parallele. 

Queste collane, così apparentemente delicate, hanno il compito di incarnare una magia archetipica che è dentro ognuno di noi, se solo abbiamo la pazienza di accettare che possa esisterne la sua cura, per farci comprendere che la vita è uno studio continuo. 





domenica 17 aprile 2022

La Pasqua

Mi piacciono le vetrine dei negozi decorate con uova pasquali dai colori pastello. Hanno i toni della primavera, manifestazione gioiosa di una rinascita perpetua che tutto rinnova costantemente.

Quando ero bambina della Pasqua mi piaceva quel senso di passaggio da uno stato all'altro, quelle ombre che si trasformavano in luce e quel sentimento funebre di perdita che preannunciava una festosa serenità. 

Mi sono sempre immaginata una persona di passaggio: di passaggio quando lavoravo in ufficio; di passaggio quando studiavo all'Università o con le amiche o quando andavo a ballare. Pervasa da quel senso di precarietà permanente per il quale non mi sono concessa quel restare, quel dire: sono qui! Ci sono! 

Fin da piccola pochi sono stati i luoghi o le situazioni nei quali rimanevo, ferma nell'autentica espressione di me. 

Uno di questi era il negozio di frutteria dei miei nonni.

Posso affermare con certezza che quel negozio fu il primo luogo che vidi immediatamente dopo l'ospedale in cui nacqui, perché fu il primo posto in cui mia mamma mi portò quando la dimisero dopo il parto. E lì passai tutti - e dico tutti - i giorni della mia vita fino ai 35 anni, quando venne chiuso. Rappresentò lo spazio privilegiato del mio stare al mondo, che proprio lì appresi: dalle storie della gente, dalla sapienza contadina di mia nonna, da quell'esigenza di essere regina di mia madre, dalla partecipazione, seppur silente, di mio padre, da quell'infantile irresponsabilità di mia zia. 

Lì ero e lì potevo essere. E lì la Pasqua - che aveva inizio già una settimana prima del giorno deputato dal calendario - la trascorrevamo a preparare vetrine decorate con frutta fresca e colorata di stagione, con uova pitturate in bella vista, con minestroni abbondanti e bevande fresche. E i giorni del giovedì e del venerdì santo, con quel senso diffuso di raccoglimento e offuscata tristezza, erano il preludio di quel trionfo di sapori e cupidigia, pronti a rinascere nella libertà della propria essenza, con popolare gioiosa autenticità. 

Ricordo, oggi, con nostalgia, quella spontanea ruolizzazione tribale, che era tutta la mia famiglia e quella Pasqua rappresentava l' occasione di confermare ogni volta  la mia appartenenza. 

Adesso che, attraverso lo spazio incantato e silenzioso della scrittura, riesco ogni momento a evocare quella vivida partecipazione, permettendomelo tutte le volte che necessito, mi godo la forza creativa del mio stare in bilico, fluttuando nella delicata sospensione che tratteggia i


momenti della mia vita. 




venerdì 15 aprile 2022

Mia madre e i libri II

Sono nata di domenica pomeriggio.

Tale evento, assolutamente fortuito legato al momento del mio travagliato apparire su questa Terra, influì, secondo mia madre, a determinare l'energia e la modalità con cui avrei affrontato la vita.

Sempre secondo mia madre, la quale - originaria di terra popolata da streghe appartenenti al mondo agreste e contadino e che, quindi, non era estranea a leggende di incantesimi e fatture - credeva fortemente nella lettura degli astri e in alcuni segni onirici che più di altri a suo dire erano maggiormente influenti sulle nostre esistenze di mortali, venire al mondo di domenica pomeriggio aveva l'accezione di contenere l'impronta di persona comoda, lenta, amante della tenue calma e della docile tranquillità; persona che tira via la vita con indolenza e pigrizia. Fu così che si arrese fin da subito a coinvolgermi in questioni domestiche e quasi per voler di fato che quell'indole mi aveva imposto, cominciai ad essere considerata la letterata di famiglia. Ovvero quella persona a cui non potevi chiedere di accendere il gas sotto la pentola per far bollire l'acqua della pasta, perché, avrebbe fatto bruciare pentola, coperchio e l'acqua stessa. 

Non so se mia madre, con quel suo modo magico di stare al mondo avesse intuito qualcosa di me che ancora oggi io stessa non so; non so se spinta da questa sua credenza o forse da una mia indole e predisposizione che la natura mi diede e che lei intuì, io veramente crebbi amante dei libri, della scrittura e, per parecchi anni della mia esistenza, non mi interessai affatto a questioni domestiche.

In realtà, altresì, questa mia predisposizione per le narrazioni si intrecciò fittamente con l'ambiente domestico e femminile della mia casa: la cucina, che, negli anni, fu il luogo che maggiormente amai quale spazio


per approfondire le mie letture e per restituite quelle letture, attraverso mia madre, al suo focolare terrestre.