martedì 18 ottobre 2022

LA REGINA SCALZA di Ildefonso Falcones


Il coraggio delle donne è il modo più affascinante che io conosca per raccontare la Storia”. Partendo da questa frase, Ildefonso Falcones, costruisce una trama al cui centro vi è la storia di amicizia e solidarietà tra due indimenticabili figure femminili.

Siviglia, gennaio 1748. Una giovane nera giunge in Andalusia, lasciandosi, suo malgrado, alle spalle un passato di schiavitù e di umiliazioni. Il suo nome è Caridad e viene da Cuba. Accolta a Triana (Siviglia) tra il popolo gitano, conosce Milagros e tra le due nascerà un'amicizia profonda.

Nel romanzo corale La regina scalza i protagonisti sono gli umiliati e gli offesi della storia immortalati in un momento preciso del XXVIII Secolo, l’epoca in cui “i lumi della ragione cercavano di farsi strada fra le tenebre dell’ignoranza”.

Alla fine del romanzo è lo stesso scrittore che ci ricorda che la comunità gitana non possiede tradizioni scritte ma che

“ha contribuito come nessun’altra a lasciare un’arte, il flamenco, oggi dichiarata dall’Unesco Patrimonio Immateriale dell’Umanità”.

Uno dei miei romanzi preferiti, nel quale lo scrittore percorre la strada del romanzo storico o meglio a sfondo storico, proponendo una ricostruzione delle vicissitudini del popolo Gitano insediatosi in Andalusia nel XVIII secolo. 

Connessioni: https://www.youtube.com/watch?v=_iROw0vot8w


venerdì 16 settembre 2022

Trase 'e sicco e se mette 'e chiatto

Camminavo per Viale Giotto.

Una mattinata umida di Settembre. Roma si era vestita con i suoi abiti di popolana, anziana signora seduta comodamente ad ascoltare i suoni della strada e il tramestio delle sue case popolari fatte di pietre rosse, e con lo sguardo proteso verso la Piramide di Caio Cestio. 

Mi piace passeggiare lì perché mi sembra che nel cuore di Roma viva il popolo con quella sua spontaneità nutrita di creativa sopravvivenza e quel senso di vivere alla giornata, che tanto sa di un passato ormai concluso e di una umanità che così non sa esistere più.

Ripenso alla mia famiglia di origine, alla saggezza dei miei nonni, a cui la strada fu maestra e a mia madre che di quell'apprendimento intuitivo ne fece la guida della sua vita.

Quando ero bambina mia madre mi insegnava i proverbi napoletani. Spesso accadeva in ascensore, ovvero quando rientravamo a casa per la pausa pranzo dal lavoro del negozio. Ricordo che li gettava lì, in campo, e a me si aprivano finestre su universi immaginati reali e fantasiosi, che evocavano quelle parole scandite in un dialetto melodico e sibillino. A esso seguiva la traduzione in lingua italiana, fatta da mia mamma stessa; ma fino ai miei 4 anni circa, perché poi non ce ne fu più bisogno, perché lei sapeva bene che quel dialetto era diventata per me un'altra lingua, che io oramai riuscivo bene a tradurre ma che assolutamente mi rifiutavo di pronunciare (ma questa è un'altra storia, di cui parlerò più in là). 

Trasi 'e sicco e se mette 'e chiatto racchiude la descrizione di piccoli meccanismi chiave della vita vissuta. In italiano significa letteralmente "ti proponi con un apparente garbo, che in realtà rivela un'intenzione di prepotenza". Mi madre lo usava molto, perché è un proverbio che fa leva su un buon senso di relazione, che lei esperiva quotidianamente nel suo negozio, che era spazio di confronto sociale. Questo era l'apprendimento intuitivo di mia madre, che si nutriva di scintille di lungimiranza e di acuta intelligenza. 

C'è una misteriosa elezione che io ho per questo suono dialettale, in quanto era usato correntemente nel nostro privato familiare, in particolare dai miei nonni, che riproponevano una speciale interpretazione. Tutto questo ha creato un mondo di conforto magico a tutta la mia infanzia.