lunedì 8 giugno 2026

Da Pedro (IV Capitolo) Paco

Raccontarsi

E' ormai provato che il sole apporta beneficio sulla mente e sul corpo; la luce solare, inoltre, promuove la produzione di serotonina che aiuta a calmare ansia e stress, migliorando il tono dell'umore.
Oggi a Madrid, dopo un po' di giorni perturbati, stiamo godendo di un cielo sereno, che invita a stare fuori, come, infatti, caldeggia il nostro solito appuntamento sotto l'alibi della colazione mattutina.
Una delle cose più affascinanti è sentire la netta sensazione di incontrarsi per l'esigenza di raccontarsi vicendevolmente ed è una sensazione atavica pacificante e gradevole. 
Paco è un uomo brizzolato sulla cinquantina, italiano che si trova a Madrid per aver seguito sua moglie, tornata nella natia terra spagnola, dopo la separazione. O meglio, Paco ha seguito sua figlia di 6 anni per poterle stare più vicino e cercare, tuttavia, di condividere il quotidiano anche se in modo discontinuo per ovvi motivi. Paco, non da molto tempo, ha scoperto di avere un dono inaspettato, che è sbocciato proprio durante la segregazione sanitaria avvenuta mondialmente durante il Covid. Si è sempre dilettato a suonare la tumbadora e si è ritrovato, nel suddetto periodo, ad avere a disposizione una falegnameria utilizzata per arredamenti nautici. Una notte ha questa visione e curiosamente la asseconda, ovvero quella di costruire un tamburo a doghe di quercia. Da lì, quasi sovrappensiero, riesce a procurarsi una pelle di mucca del giusto spessore e dei tiranti in metallo complete di cerchi fatti apposta. In pochissimo tempo appare una coppia di tamburi afrocubani, chiamata jìcamo. Inizia a vendere questi tamburi fatti da lui, riscuotendo un notevole successo presso i percussionisti della città, pur non essendo uno strumento di origine spagnola. 
La separazione da Elena era stata una tempesta prevedibile, una di quelle piogge estive che allagano Madrid in dieci minuti e lasciano l’asfalto bollente.  Il trasloco da Roma a Madrid fu un viaggio fatto con il cuore che batteva a un ritmo frenetico: Paco non ce l'aveva fatta più! Così aveva chiuso la vecchia vita, caricato i suoi ricordi e scelto Madrid. Non per la città in sé, ma perché lì, in un appartamento a pochi isolati dal suo, c’era Lucía.
Paco lascia l'Italia, le sue abitudini, Arriva a Madrid con pochissimi soldi e una valigia che contiene più attrezzi da falegname che vestiti.
Immaginalo mentre scende alla stazione di AtochaPer un romano, lasciare Roma non è mai solo cambiare città: è un piccolo lutto. Roma ti si incolla addosso con il colore dei suoi tramonti d’oro, l'odore di tufo umido dopo la pioggia, il passo lento di chi è abituato a camminare nella storia e quell'ironia un po' cinica ma protettiva che serve a sopravvivere a tutto. A Roma Paco era abituato al tempo che si dilata. A Madrid tutto si muove a un'altra velocità, i viali come la Gran Vía o la Castellana sono immensi, la gente cammina dritta, decisa. Il cielo di Madrid è famoso per essere limpidissimo ("De Madrid al Cielo"), ma a Paco sembra quasi troppo finto, troppo asciutto. Gli mancano i pini marittimi che si stagliano contro il tramonto, i muri scrostati dal tempo, persino il caos dei motorini.
La vera reinvenzione di Paco avviene quando smette di subire Madrid e inizia a "contaminarla" con la sua romanità.
La bottega di Paco a Madrid, nascosta tra i vicoli ripidi e colorati di Lavapiés, è un piccolo paradosso geografico: varchi la soglia e, di colpo, non sei più in Spagna, ma sei tornato nel cuore di una vecchia falegnameria di via dei Cappellari a Roma. È un odore denso, stratificato, che sa di legno di castagno tagliato, colla di pesce riscaldata, resina e cera d'api, ma con una nota sotterranea di caffè della moka che Paco tiene sempre accesa su un fornello elettrico in fondo alla stanza. In un angolo della bottega, sopra una vecchia mensola, c'è una foto in bianco e nero di Campo de' Fiori e una antica radiolina che trasmette sempre stazioni italiane o partite di calcio, che fanno da sottofondo al rumore ritmico della carta vetrata.
Proprio accanto, però, c'è Madrid: i disegni colorati di Sofia fatti con i pennarelli, attaccati al muro con lo nastro adesivo, che ritraggono lei e il papà giganti mentre suonano in mezzo a case con i tetti rossi. Paco ha ricavato un angolo della bottega tutto per la sua bambina di sei anni. C'è uno sgabello basso, fatto su misura per lei, e un piccolo tavolino dove Lucìa può sedersi quando esce da scuola. Lì sopra non ci sono attrezzi pericolosi, ma ciotole piene di colori acrilici, pennelli, perline di legno e pezzi di pelle avanzati. È il posto dove Lucìa "decora" i tamburi che il papà costruisce. Quando lei è seduta lì, con le dita sporche di vernice blu e oro, la bottega smette di essere solo un posto di lavoro e diventa una casa.

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