C'è un bar, nel mio quartiere, con qualche tavolino all'aperto, riparato da un ombrellone: è il mio posto preferito per respirare e osservare le mutevoli sfumature del cielo.
Lo frequento soprattutto al mattino. Dopo le prime routine domestiche – dare da mangiare alle due gattine, ritirare il bucato steso la notte e preparare le fette biscottate con la marmellata – esco finalmente di casa. Percorro a piedi il viale alberato che fiancheggia le antiche mura e, arrivata al bar, ordino un caffè e mi siedo a godermi il momento.
Quel momento è per me una quiete immobile, silenziosa e fervida.
Osservo chi va e viene, chi si siede, chi parla, chi ha il volto imbronciato o chi consuma di fretta. Immagino vite, intreccio relazioni, invento storie, consapevole che ogni individuo che sfiora il mio sguardo in quel preciso istante racchiude un mondo intero, profondo e complesso fatto di traiettorie sconosciute.
Stamattina, poi, l'aria si è impregnata di un racconto di viaggio. Che incanto tale narrazione: parole fluide, intrise di dettagli minuti ed emozioni vive, capaci di portare con sé un'inaspettata vertigine di scoperta e una pura, luminosa allegria.
E allora penso... che un viaggio, in fondo, non richiede necessariamente una rotta segnata su una mappa.
A volte comincia proprio da questo tavolino: nella capacità di fare spazio alle storie degli altri, nel guardare il cielo sopra le antiche mura e la curiosità di lasciarsi sorprendere, trasportati un po' più in là.
E allora la scrittura mi accompagna. Affido a lei i miei pensieri e questi momenti sereni, banali forse, di vita quotidiana. La pagina si riempie così, senza fretta, dando forma a ciò che passa e trasformando l'ordinario in qualcosa che resta.

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